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San Giovanni Battista (da Donatello)

unito ad una targa sagomata in maiolica con iscrizione latina in blu dal Vangelo di Matteo: " Amen Dico Vobis / Non Surrexit Major / Joanne Baptista / Matt: 16: / 1766" (In verità Vi dico: tra i nati non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista)

"Una rilettura tardobarocca di un capolavoro donatelliano"
Nello strenuo fervore di promuovere un’ultima, disperata crociata, Papa Pio II Piccolomini, in virtù dell’appoggio contro i Turchi concesso a Tommaso Paleologo, despota di Morea e fratello dell’ ultimo Imperatore d’Oriente Costantino XI, ottenne da questi in dono la reliquia del braccio destro di San Giovanni Battista. In quel tempo di epocali conflitti tra civiltà, detenere l’arto con cui il Precursore aveva battezzato Gesù Cristo assumeva, per l’Occidente cattolico, una valenza di particolare sacralità. In questa chiave religiosa, nonché a fronte di una lauta elargizione per tramite della Repubblica di Siena, la santa reliquia fu traslata in Duomo, dove si trova ancor oggi custodita. Strettamente legata a questo episodio storico è la complessa vicenda della magnifica scultura in bronzo raffigurante il Battista, capolavoro “senese” della tarda maturità di Donatello, di cui presentiamo qui una singolare replica. Tralasciando le vicende legate alla effettiva, originaria committenza dell’opera ed alle sue traversie realizzative, ricordiamo che essa giunse a Siena, da Firenze, già nel 1457, pur trovando la propria definitiva collocazione soltanto nel 1501. Il Battista di Donatello fu trasportato nella Civitas Virginis in tre pezzi e, sembra, mancante proprio del braccio destro; sulle ragioni di questa curiosa lacuna si è speso lo stesso Vasari nelle sue Vite, rammentando prosaici, più o meno attendibili aneddoti. Sappiamo che una prima provvisoria destinazione del magnifico bronzo fu la Cappella della Sagrestia del Duomo, avviata nel 1465, dove verrà collocata la più preziosa reliquia presente in città, donata da Pio II l’anno precedente, lo stesso della sua morte. Solo nel 1482 avrà finalmente inizio la costruzione della Cappella dell’Operaio del Duomo Alberto Aringhieri, dove ancor oggi il bronzo si trova, in un contesto di fasto e bellezza abbacinanti. Dobbiamo l’analisi formale più nitida e penetrante del Battista senese di Donatello a Enzo Carli il quale, nel suo fondamentale volume Donatello a Siena (Editalia, Roma, 1967), accostandone lo stile esecutivo e l’intonazione emotiva a quelli della Maddalena Penitente lignea conservata nel Battistero del Duomo di Firenze, scrive: “ambedue le immagini, ancorchè realizzate con materiali e mezzi diversissimi, sono l’espressione di una medesima, infocata ed irrequieta, vitalità psicologica, che si traduce nell’assiduo tormento della forma. Si può, anzi, dire, che in essa si configuri un ideale di aspro e macerato ascetismo, nel quale la scarnita e quasi repellente miseria fisica della Maddalena e la rudezza dei lineamenti del “cacciatore selvaggio” vengono miracolosamente ad illuminarsi di una straziante spiritualità…” (pag.33) . “Cacciatore selvaggio” è la vivida espressione con cui Enzo Carli ama evocare il Battista di Donatello, citando il cultore d’arte senese Padre Guglielmo Della Valle. Aldilà della minima differenza di dimensioni tra il prototipo di Donatello e la nostra copia (185 cm di altezza il primo, 177 cm la seconda) e diversi piccoli dettagli, colpiscono, nella replica tarda, o piuttosto in questa relativamente libera derivazione, l’addolcimento generale dei tratti del volto, l’ammorbidimento della resa muscolare, minori nervosità e durezze della figura tutta, non ultimo, il vello assai meno irsuto e capriccioso. Tali difformità non possono a nostro avviso spiegarsi soltanto considerando la tecnica esecutiva, in parte a colaggio, che presuppone un calco e un modello in gesso o in stucco, peraltro non pervenuti. Ci troviamo di fronte ad un approccio formale che sintetizza una certa fedeltà filologica con una garbata “attualizzazione” stilistica del prototipo, rispetto all’epoca di esecuzione, non privo quindi di creatività e di carattere. Simile inclinazione, agli antipodi del pedissequo concetto di copia tardo ottocentesco e novecentesco, è stato approfondito dalla critica proprio in riferimento alla tradizione artistica senese, con particolare attenzione, in scultura, all’operato della dinastia dei Mazzuoli. La loro magistrale attitudine non solo alla creazione originale ma anche alla copia, all’integrazione e al restauro, sia di opere di illustri colleghi e capiscuola loro contemporanei, sia dei maestri del passato, fino al Quattrocento, spicca come elemento stilistico e storico-artistico di grande interesse. In questo senso, la provenienza della nostra terracotta può risultare illuminante; essa era infatti collocata in una dimora appartenuta alla stessa famiglia di Pio II, ove si intrecciarono stretti legami sia con Papa Alessandro VII Chigi, sia con Mattias de’ Medici, generoso committente dei Mazzuoli. Appoggiato su un grosso ceppo di pino, sul quale era affissa anche la targa in maiolica in lotto, associata in modo significativo ma con ogni probabilità di diversa destinazione, il nostro San Giovanni Battista fu probabilmente concepito come ossequio al grande Pontefice, in memoria dell’antica gloriosa donazione, dei remoti fasti familiari. Immaginiamo quindi che la sua realizzazione possa ragionevolmente aver coinvolto, nel tardo Settecento, uno degli ultimi membri della dinastia di scultori, restauratori e copisti facente capo a Dionisio Mazzuoli, tra i cui figli si distinse in particolare Giuseppe, allievo di Ercole Ferrata e raro discepolo di Melchiorre Cafà, collaboratore di Gian Lorenzo Bernini al monumento di Alessandro VII Chigi. In particolare, il pronipote del grande Giuseppe Mazzuoli, Giuseppe Maria Mazzuoli, l’ultimo scultore della famiglia, fu decisamente incline a simili realizzazioni, oltre ad avere un’antica familiarità e una particolare consuetudine con gli ambienti annessi e le opere custodite in Duomo, a Siena.

Si ringrazia il Prof. Vincenzo Di Gennaro per aver confermato la nostra ipotesi attributiva

terracotta
altezza cm 177 - targa cm 22x30
Origin:
Collezione privata Siena
Bibliography:
Monika Butzek, "Die Modellsammlung der Mazzuoli in Siena", Pantheon XLVI, 1988, pp.75-102.
Gian Carlo Gentilini, "La Scultura - Bozzetti in terracotta piccoli marmi e altre sculture dal XIV al XX secolo", Catalogo della Mostra, Siena, Palazzo Chigi-Saracini, a cura di Gian Carlo Gentilini e Carlo Sisi, S.P.E.S., Firenze, 1989, pp.384-387.
Vincenzo Di Gennaro, "La decorazione in stucco di Santa Maria delle Nevi, una proposta per il giovane Giuseppe Maria Mazzuoli, Santa Maria delle Nevi a Siena - la chiesa di Giovanni Cinughi", Edizioni Il Leccio, Siena, 2014, pp.95-108.
Valentina Manganaro, "Dionisio Mazzuoli da scalpellino ad architetto, e il restauro in stile “goto” della facciata meridionale del Duomo di Siena" (con un’aggiunta al Catalogo di Nicola Pisano), Prospettiva, 153-154, Gennaio-Aprile 2014, pp.95-116.
Vincenzo Di Gennaro, "Arte e Industria a Siena in età barocca - Bartolomeo Mazzuoli e la bottega di famiglia nella Toscana Meridionale", Istituto per la Valorizzazione delle Abbazie Storiche della Toscana, Sinalunga, 2016, pp.159-162.
Vincenzo Di Gennaro, "L’inventario di Giuseppe Maria Mazzuoli tra vicende private, questioni politiche e itinerari collezionistici", La Diana, 9, Siena 2025, pp.33-36 e pp. 39-42.

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SINGLE SESSION 14/05/2026 Hours 15:00
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